mercoledì 27 luglio 2011

La poesia matura di Mario Famularo

I

Ho sempre creduto che la letteratura di un poeta contemporaneo sia molto più propensa a paradossi di quanto non lo è stato per i poeti del secolo scorso. Ecco come leggendo le cosiddette “poesie mature” di Mario Famularo si è colpiti soprattutto dal connubio di atteggiamenti etici ed estetici che, in linea di principio, allontanano fortemente il modernismo dall'avanguardia e altri correnti. Famularo potrebbe essere considerato un poeta tradizionalista, data la sua affezione verso l'utilizzo formale di strutture metriche tradizionali. Eppure non è corretto segnalare che Mario Famularo non sia un poeta moderno a cagione del solo fatto che scrive sonetti, oppure perché esprime il proprio pensiero attraverso tante quartine o simboli mitologici.
Assumo che Famularo sia un poeta non riconducibile a un movimento, ma a una pluralità di movimenti. L'idea è molto chiara, persino accettabile. Il problema sorge quando tale pluralità di movimenti risulta essere in costante contraddizione, determinando che la poesia dell'autore in questione sia, a prescindere della qualità innata di essa stessa, una poesia che al suo interiore veda crescere altrettante contraddizioni. Ma qui non possiamo ritenere la contraddizione un elemento negativo. Che un poeta presenti delle contraddizioni nella composizione della propria opera non è lo stesso a che il ministro dell'interiore si contraddica svolgendo il suo ruolo nel consiglio dei ministri. Tutto si sostiene in modo legittimo. E, dato che la contraddizione del processo creativo è stato un elemento giustificabile durante il decorso dell'industrializzazione, tale giustificazione è anche applicabile in contesti socio economici attuali. E' così come si conferma la teoria che tanti critici hanno segnalato in merito a qualsiasi poetica generata dopo i periodi storici segnalati: le arti della modernità sono lacerate dai paradossi che emergono dalle origini storiche. Ed è per questo che, alla fine, il carattere plurale delle ispirazioni della poesia di Famularo risulta un elemento ragionevole.

II

L'autore del presente studio limita la scrittura di questo articolo all'esame diretto di componimenti quali: “La forza”, “La giustizia”, “Il nettare del piacere”, “Lo scudo dell'amore”, “La luna e Psiche” e “L'ombra di Roma”. Lo studio fonda la sua tesi su idee che si dimostrano intramontabili e utili allo svolgimento dell'analisi della presente opera.
Dopo trasformazioni sociali note alla coscienza collettiva, la posizione dell'artista nella società e la sua concezione dell'arte e della vita hanno subito diversi cambiamenti. Questi cambiamenti generano posizioni estetiche in contrasto con determinate tradizioni artistiche e letterarie, oppure generano un'estetica in parziale armonia con le stesse. La produzione estetica che caratterizza questo lungo periodo storico ha come elemento generativo l'uso determinante della ragione critica. Così Octavio Paz, nel suo saggio “Los hijos del limo”, segnala:

« La ragion critica, il nostro principio guida funziona come critica di sé. Domina nel senso che si apre e si impone come l'oggetto dell'analisi, del dubbio e della negazione»

In questo caso la ragione critica prende le distanze dall'oggetto di analisi e, svalutando l'autorità dell'elemento analizzato, esalta la supremazia della coscienza analitica. Ma tale affermazione diviene equivoca agli occhi del lettore nel momento in cui si individua l'importantissimo ruolo che la ragion critica svolse sull'immaginazione estetica durante l'illuminismo . Oggi però l'obbiettivo del poeta non è quello di abbattere un sistema predominante . La democrazia non rappresenta per intellettuali ed artisti ciò che le monarchie assolute rappresentarono per gli illuministi. Per ciò la ragion critica (espressione diretta dell'alienazione) non fa altro che determinare ciò che Charles Russell interpreta come una sorta di assoluta autonomia artistica:

«Dall'estraneazione e dalla frammentazione della prospettiva d'insieme emerge il ricorso all'autenticità personale ed estetica; da un'estetica di prese di distanza e dalla distruttività critica scaturisce l'ispirazione ad un punto di vista univoco, integrato»

E' sulla base dell'autonomia della scelta estetica che nasce la frantumazione della visione dell'autore in questione. Qui la pluralità delle voci della sua poesia diventa un fenomeno sempre più giustificabile, rendendo la sola presenza della storia della letteratura mondiale e l'esistenza incoercibile della tradizione, un elemento necessario e importante all'innovazione e al processo creativo dei poeti contemporanei.
E' così come Il punto principale da esaminare nella poesia del presente autore non è soltanto quello legato agli aspetti formali che la critica ha individuato nel corso dei secoli, ma anche quello legato ai toni e alle riflessioni che il poeta inserisce nei propri componimenti. Questo è l'unico modo di capire le poesie “mature” di Mario Famularo.
Quanto ai singoli componimenti, procederò in modo articolato, data la natura che essi esibiscono al lettore.

III

Nel componimento “La forza”, Famularo presenta immagini legate a concezioni morali personali. Nel presente poema, Famularo tocca problematiche di grande attualità, creando immagini che legano lil componimento prima segnalato a una poetica di natura ermetica, propria dei poeti modernisti. L'obiettivo principale di questo componimento è ciò che per i modernisti fu l'intenzione di trasporre nell'arte la condizione “alienata” del individuo. E in questo caso il poeta aveva due possibilità concrete: affermare la supremazia della coscienza creativa in merito alla condizione alienata dell'individuo, e dunque limitare l'azione del poeta al solo atto creativo, oppure superare tale alienazione e tale ermetismo implicito in molta poesia moderna e intraprendere una strada che lega l'atto creativo a concrete estensioni di carattere politico. Ecco come, in un contesto in cui il sociale ha accresciuto il proprio dominio sulla coscienza individuale, Famularo limita la propria visione a un'azione priva di ogni applicazione pratica nella la società moderna. Ed è proprio in questo complesso che i componimenti dell'autore subiscono profonde contraddizioni, soprattutto di carattere estetico. Qui, l'uso del simbolo come espressione diretta delle proprio inquietudini e delle proprie concezioni etiche diviene l'elemento essenziale di una posizione poetica che, in altri componimenti, non si verificherà affatto. Tutto questo ermetismo risulta evidente nel poema “La forza”. Difatti, qui Famularo utilizza un ermetismo che, in certi passaggi, diviene espressione di una oscurità famigliare alla letteratura Europea:

Criniera del leone desidera il rispetto,
è l’occhio di natura feroce e generoso.
Osserva le formiche, modellano la terra,
in gruppo trovan crude la preda ormai indifesa.

Fortezze e poi castelli, dai templi alle piramidi
l’umani crescon fieri l’autorità del mondo.
Che infuri la tempesta flagellando il tifone,
che squarci terra il moto e l’apparenza crolli.

Qui il poeta dà al leone un significato correlato al potere e alla forza, così come per il Dante, nel primo canto della Commedia, è simbolo della superbia o, secondo altri, della violenza e, politicamente, della casa di Francia:

L'ora del tempo e della dolce stagione:
Ma non sì, che paura non mi desse
La vista che mi apparve, d'un leone.
Questi parea che contra me venesse
Con la test'alta e con rabbiosa fame,
Sì che parea che l'aere ne temesse.

Anche se il sintagma dei versi contenuti nelle quartine citate danno l'impressione di essere innanzi ad un componimento di carattere classicheggiante nel rispetto di una estetica di carattere moderno, l'oscurità di esse risulta quasi interamente legata ad una poetica moderna, connessa a tematiche specifiche di una certa universalità. Tale universalità germoglia da considerazioni personali correlate ad una certa visione sulla Storia. Questo è verificabile nell'ultima quartina:

Di questo magma austero impazziscono gli eventi,
la danza non finisce nel buio della sera.
Potrà passare il tempo e deboli schiantarci
ma il piccolo leone già ostenta la criniera.

Infatti, nel momento in cui il poeta riferisce a “questo magma austero” in cui “impazziscono gli eventi”, non fa altro che presentare l'intera storia dell'umanità attraverso un'evidente oscurità ermetica. A livello concettuale Famularo riconduce, probabilmente, le proprie concezioni allo scrittore inglese E. M. Forster, quando afferma che la storia sociale è «amorale» è offre semplicemente la testimonianza di un disordine. Anche “la danza” raffigura un'altra visione specifica sulla Storia sociale. Il poeta definisce essa come un movimento attivo, articolato ed elegante, che subisce, però, conflitti generatori di problematiche determinate, oppure di condizioni di grande squilibrio (« Vi sembran confliggenti / le forze di cui parlo? / Che accettino i viventi / la furia e l’eleganza.»).

Nel poema “La giustizia”, invece, il poeta utilizza toni che si allontanano da quelli presenti nel componimento appena studiato. Qui Famularo respinge l'ermetismo del poema precedente e assume atteggiamenti lontani dal rapporto con il modernismo. Anzi, in questo componimento, la poesia di Famularo si trasforma e salta dai caratteri riconducibili all'ermetismo estetico a poetiche legate all'avanguardia storica:

Osserva bene, individualista,
e tu uomo abietto, non ti voltare:
vedi Giustizia cruda e imparziale
che sa punirvi in modo esemplare ?
Ieri corrotta fino al midollo
tossiva scorie, chiudeva gli occhi:
era più forte contro miseria
e chinava il capo ai grandi serpenti.

Dal momento in cui Famularo parla direttamente all'uomo individuando le sue magagne e presentandogli il contesto in cui vive, egli pretende riformarlo. Qui, a differenza di molti poeti d'avanguardia, Famularo opera attraverso toni attenuati, senza innovare in modo provocatorio. Questo però non significa che il poeta si scolleghi interamente da atteggiamenti ricollegati ad una poetica di tipo modernista. In questo caso l'autore mantiene l'assoluta posizione di antagonismo sociale che, dal momento in cui rimane passiva, differenzia i poeti modernisti da quelli d'avanguardia. E questo indica ancora una volta l'enorme quantità di paradossi presenti nella poesia moderna e, in particolare, in quella di Famularo. Qui il fatto di dirigere le sue quartine agli individui dichiara un'intensione specifica di cambiare la concezione che il lettore ha sulle specifiche tematiche presentate dall'autore. Ecco come Famularo funge da seminatore di coscienza nel momento in cui segnala,

Guardala adesso, regge la lama
senza abbassarla al cliente di turno:
ma voi provaste in ogni maniera
a crear prove, a renderla nera.

Così Famularo passa ad essere da semplice osservatore a un portatore di valori positivi per la trasformazione della società. E in questo verrebbe paragonato, da Matei Călinescu, a un trasmettitore di idee, non indotte, però, come preciserebbe il critico Rumeno in occasione di un determinato legame politico. E' necessario però precisare che Famularo non giunge al compimento delle idee proposte da Andrè Breton a proposito della definizione d'una poetica d'avanguardia. In questo caso il poeta Francese impone come obiettivo principale dell'atto creativo la “trasformazione il mondo” - come ha detto Marx – e il “cambiamento la vita” - come scrisse Rimbaud – provando a generare, in conclusione, un tutt'uno di queste due parole d'ordine.

Inoltre, il dissenso estetico e morale presente nei due componimenti appena trattati si manifesta con altrettanta grandezza tra i componimenti successivi. Mentre che nei precedenti poemi Famularo esterna espressioni legate alla propria visione delle cose, trattando tutto in base all'azione di procedimenti analitici che raggiungono perfino la sfera sociale degli individui, nel componimento “Il nettare del piacere” l'autore prova a immerge il lettore in una dimensione profondamente intima:

M’inebriano nel tatto e nel pensiero,
ch’allontano leggero,
gli istinti che dai sensi mi compiace:
le belle forme che in avidi sorsi
prendo e vedo scomporsi,
annegano i miei lumi in nuova pace.

L'importanza che i sensi giocano sulla struttura discorsiva del componimento fanno rammentare alcuni dei più illustri componimenti del XIX secolo: per primis il Foscolo e la sua sera quando scrive “E mentre io guardo la pace, dorme / Quello spirito guerrier che'entro mi fugge”; e poi John Keats e il suo omaggio alla qui ricorrente figura della pace: “Oh Peace! And dost thou with thy presence bless / the dwellings of the war-sorrounded isle; / Sloothing with placid brow our late distress, (...)”. Ma il romanticismo che nasce dalla funzione che i sensi operano sull'individuo appare evidente soltanto nella sestina sopra citata. Qui si conferma l'idea che le contraddizioni letterarie presenti nella scrittura di Mario Famularo non si presentino soltanto tra i componimenti, ma anche dentro i componimenti stessi. La differenza manifestata tra la prima e la seconda sestina del componimento in questione dimostra come nell'essenza dello spirito creativo dell'autore ci fosse un conflitto tra la descrizione sostanziale di un processo sensoriale e il giudizio morale dei sensi provati dal poeta. Questo ci fa concludere nell'idea che tra le due sestine ci siano tracce sia di Romanticismo che di un tenue Decadentismo. Difatti Sembra che Famularo descrivesse, nella seconda sestina, quella “piccola veglia d'ebbrezza santa” che Rimbaud inserisce nelle sue “Illuminazioni”. Eppure si potrebbe interpretare il passaggio “La carne brama e freme sensuale / istinto primordiale, / che vestiamo d’amore e di ragione” (sempre contenuto nella seconda sestina) e il successivo “ci lasciamo annientare, / per poi dimenticare la questione”, come quel “veleno” che “resterà in tutte le nostre vene”, di cui Rimbaud, ancora una volta, fa riferimento nella “Mattinata d'ebbrezza”.

E dato che la sessualità, presentata in maniera intensa nella seconda sestina, viene mostrata come un “istinto primordiale” che “releghiamo in oblivione”, possiamo allegare le intenzioni discorsive dell'autore alla concezione che Jacques Lacan sostiene sulla sessualità:

Il reale, per l'essere parlante, si perde da qualche parte. Dove? Ed è qui dove Freud fecce maggior attenzione: esso si smarrisce nel rapporto sessuale. Risulta incredibile il fatto che nessuno abbia trattato questa idea prima di Freud. Il fatto che l'essere umano si smarrisca attraverso l'atto sessuale risulta evidente, incontestabile, ed è stato così da sempre e continua ad essere così. Se Freud ha centrato il suo studio sulla sessualità è in basse all'idea che l'uomo, nella sessualità, comincia a balbettare. E tutto ciò perché l'uomo si rende conto, in questo caso, che esiste qualcosa nella sua esistenza che si ripete costantemente, realizzando, finalmente, l'idea che quella sia la sua essenza.”

Invece nelle ultime quartine il poeta afferma:

Sappiamo forse che è un illusione,
ma non volendo certo rinunciare
ci lasciamo annientare,
per poi dimenticare la questione.

Così i piaceri che sappiam cercare
ipocriti smentiamo con passione,
credendoci persone
che posson di virtù poi giudicare.

L'intensione di Famularo in questa parte del componimento potrebbe essere spiegata attraverso l'interpretazione del presente carme come una sorta di sentimento colpevole verso i risultati immediati del desiderio sessuale. Eppure rappresentare la società intera come un elemento non capace di poter ragionare d'avanti alla “bramosa carne” presentata nella seconda sestina.

Nel sonetto “Lo scudo dell'amore”, l'autore ci presenta, attraverso una pressoché efficace costruzione metrica, lo stesso schema dimostrato nella poesia anteriore. In questo specifico componimento la concezione dell'amore sostenuta dal poeta si divide tra le riflessioni distribuite nelle quartine e quelle proposte nelle terzine. Nella prima quartina Famularo tratta l'amore attraverso una prospettiva idealistica, persino ingenua, legata ad una poetica di stampo romantico:

L’amore è un’egida che ci sostiene,
spesso ci illude e ci fa essere sani.
Quando dal nulla inebriati trattiene
soffoca il gelo e carezza le mani.

Nei passaggi successivi il poeta tratta gli stessi valori mediante prospettive molto più vicine ad una concezione decadente dell'amore e della vita in sé.

Quando mi sveglio dall’incubo dolce
ecco contemplo la sua indifferenza:
meglio un liquore che l’anima molce

o la potenza del muro di noia,
dove mi scontro imbevuto di scienza
quando non vedo l’astuzia del boia ?

Il massimo livello di estraneazione si presenta però nel componimento “La Luna e psiche”. Qui l'autore prende le vesti della luna e, usufruendo il concetto di “sensibilità” (significato astrologico del satellite naturale), crea un'atmosfera che le rime indirizzano verso i sentieri della dolcezza e dell'incanto puro della parola:

L’incanto sai del buio
è dolce e velenoso:
dal verno crudo a Luglio
m’affligge doloroso.

Il desiderio represso di essere parte attiva dell'umanità disinteressata copre aspirazioni che sia il poeta che la luna si vedono impossibilitati a compiere:

Vorrei precipitare
tra le vostre giornate,
poter sperimentare
fatiche spensierate.

Eppure Famularo, senza creare un capolavoro e neppure scrivere versi che passeranno alla storia, consegna, in questo componimento, la gioia che solo la semplicità può trasformare in piacere infinito, consegnandolo direttamente al cuore di chi legge e non comprende, ma scopre:

Lo rosicchiavi mite,
bagnata dal mio manto,
nelle notti assopite
godevi del mio canto.
L'ultima evidenza della diversità tra i prodotti creativi del poeta in questione si verifica nell'ultimo componimento preso in considerazione: “L'ombra di Roma”. Qui il poeta dimostra un'enorme nostalgia verso il magno passato dell'impero Romano, tale e come fecero alcuni poeti come Pound e Gabriele D'annunzio. In questa specifica occasione, Famularo si associa prevalentemente ad una certa frazione della poesia dannunziana, sia da un punto di vista estetico che ideologico. “L'ombra di Roma” rammenta fortemente ciò che è contenuto in componimenti quali, “Canti della morte e della gloria”, oppure “L'arca Romana”, in cui D'annunzio fa riferimento esplicito a un mondo ormai impietrito nelle statue e perduto nella mera memoria. Qui però la corrispondenza è vasta. Il lamento di Famularo in circa i temi segnalati sembra correlarsi molto bene alla poesia del Vate. L'autore utilizza toni che si allontanano dallo stile “pomposo” del D'annunzio, ma i contenuti sono sempre in attinenza. Proprio nel momento in cui il poeta presenta una prospettiva storica della penisola Italica mediante ben sette quartine, l'ottava e nona quartina divengono il centro della questione:

E oggi cosa siamo ?
Corrotto stato e menti
senza un’identità,
diviso da dementi:

immiseriti e chini
al più forte vicino,
pronti a cambiare lingua
per un bicchier di vino.

La negazione del presente, a guardar bene, diviene generatrice di due atteggiamenti determinati: l'inclinamento al passato, oppure la situazione opposta, ovvero il protendere verso il futuro. Qui la posizione di Famularo è chiarissima: egli non presenta atteggiamenti ideologici né estetici che lo leghino all'avanguardia. Il suo sguardo è rivolto al passato e al recupero di elementi determinati della storia dell'umanità. Il suo comportamento non è di carattere progressista, dato che assume posizioni del tutto “astoriche”, nel rispetto dell'avanguardia. Ma il pessimismo non manca (“Quest’ombra ormai c’avvince / e dobbiamo osservare / la lingua che decade, / la patria macerare.”). Eppure il D'annunzio, nell'arca Romana, invoca immagini pessimistiche derivanti dalla sua malinconia (“Tutto è immobilità di pietra, vita /che fu, memoria grave, ombra infinita.”). Oppure nel momento in cui Famularo declama, “e dobbiamo osservare”, invoca quel D'annunzio lamentoso che afferma:

Quivi masticherò la foglia amara
del mio lauro, seduto su quell’arca.

Quivi disfoglierò la rosa vana
dell’amor mio, seduto su quell’arca.

E qui, non potendo avere la realtà di quel mondo prisco, i poeti si appagano col simulacro, desiderando l'inesistenza di quella realtà contemporanea, sempre respinta da impulsi decadenti.

IV

A modo di conclusione penso sia importante sottolineare il valore paradigmatico della poesia di Mario Famularo. E non perché essa sia una poesia di valore assoluto, oppure perché i suoi caratteri essenziali dimostrino la presenza di un progresso nella letteratura contemporanea. Essa ha un valore significativo dal momento in cui dimostra che la rigidità dei processi creativi di un poeta non sia l'unica alternativa nel mondo delle liriche. Famularo rappresenta ciò che l'individuo contemporaneo vive a cagione del sistema che lo avvolge, e cioè il caos e la confusione. E questo può non essere stato espresso attraverso metodi estetici coerenti con l'estetica legata all'innovazione d'avanguardia, ma l'espressione di tale caos riesce a manifestarsi in modo capillare ed essere altrettanto efficace quanto le poetiche riferite ai processi storici segnalati. Quello che sappiamo in verità è che Famularo, pur non essendo un poeta di grandi dimensioni, riesce a rendere giustificabile metodi particolari che non dovrebbero essere necessariamente espressi attraverso i capolavori. Egli conferma l'idea che i capolavori non rispecchino totalmente la realtà dell'individuo, anche se lo stesso Famularo fa la propria Arte studiando prevalentemente il proprio ombelico. 

Yerko Andres Sermini.

domenica 6 febbraio 2011

Turris Eburnea, di Luca Cenacchi.

I

Quando i primi versi di Luca Cenacchi apparvero per essere letti e giudicati in ristretti circoli di amicizia, la nostra prima impressione fu quella di esser dinnanzi ad una sorta di rottura, ad un vera e propria manifestazione di rabbia ed anticonformismo, anche se queste componenti non si manifestino affatto nella costituzione discorsiva del lavoro in questione. L'accoglienza di tali componimenti, scritti sia in prosa che in versi, è stata, fin dall'inizio, causa di dialettica e, in linea di massima, motivo di sconcerto ed inquietudine per ogni partecipante del progresso critico e sostanziale dell'opera. Siffatti elementi potrebbero creare perfettamente una risonanza “rivoluzionaria” in rapporto alle attuali usanze stilistiche della poesia italiana; con l'espressione “risonanza”, mi riferisco solo a un fruscio, a un rumore violento e tempestoso, perché, in particolare, l'autore non ha cambiato la “forma”, e non pretende nemmeno cambiarla. Anzi, i suoi componimenti sono un continuo tributare alla medesima tradizione disparsa nei già conosciuti “istituti di cultura”, reverenza che provoca, a questo modo, un classicismo scevro di ogni traccia di modernismo, ed è questa, insomma, la cagione principale della stupefazione sia del critico, che del lettore acculturato, dato che si crea un'alternativa ai movimenti affermati e alla tradizione prosastica e riflessiva instauratasi nello scenario della poesia degli ultimi decenni.

Turris Eburnea è un lavoro strutturalmente confuso, ma ben pianificato e, di conseguenza, discretamente fabbricato. Così l'opera è strutturata da un prologo scritto in un Italiano “standard” che, però, è modellato attraverso modi pomposi e ricercati che riverberano certe sfumature legate all'estetismo, sopratutto quello D'annunziano, dato che svela, fin dall'inizio, una totale deiezione della propria vanità. Ecco come il Cenacchi dispregiativo comincia, poco per volta, a mostrare indizi della propria poetica esagerata e, a quanto pare, del proprio stile, caratterizzato da eleganti modi di applicazione del discorso.
In quanto concerne la storia, essa presenta, in torno a questo complesso di codici, la figura di un ragazzino che, deluso dalla superficialità che il potere ha dato in serbo ai mezzi di comunicazione, decide di andare alla biblioteca a coltivare il proprio intelletto attraverso illustri tomi che compongano letteratura settecentesca. E' così come, a causa di una lettura già eseguita delle opere in voga, egli decide di ritornare a casa. Improvvisamente, però, trova un tomo mai letto chiamato “Turris Eburnea”: non il tipico trattato in latino, ma un lavoro “vergato in volgare e composto, in parte, da epistole”. Ed è questo pezzo di carta prisca il fattore essenziale di un viaggio nel tempo che, successivamente, il lettore dovrà svolgere attraverso l'incontro di due amici, di cui uno dovrà leggere le lettere scritte dall'altro. Nelle lettere l'autore descrive i sensi di estrema angoscia di fronte alla decadente condizione della popolazione veneta di allora, ritratto perfettamente interpretabile come un pulitissimo specchio della società occidentale odierna. Oltre questo, si ritrattano, con certa maestosità, gli incontri carnali e spirituali tra l'autore delle lettere ed una “divina fanciulla”.


II

La giovinezza e la vanità sono le cause principali del poetare tanto astruso di Luca Cenacchi. Probabilmente siffatte cause rispondono a una serie di fenomeni stabiliti negli ultimi cinquant'anni nella scena letteraria e socio-politica della repubblica democratica Italiana. Troviamo, però, una causa ancora più intrinseca nella poetica tanto particolare dell'autore: un malcontento generale riguardo la realtà vissuta da una generazione ormai abbandonata da i predecessori e dagli avi che, in un certo qual modo, hanno generato quell'ordine d'individualismo che si manifesta sia nella civiltà odierna che nell'intera poetica dell'autore. In questo modo la giovinezza (teniamo presente l'età giovane dell'autore) diventa un fattore superficiale di fronte alla problematica accennata in precedenza. La quotidianità e la realtà socio-politica dell'Italia dei nostri tempi è un fattore che prende ancora più forza riguardo i caratteri esagerati e aristocratici che l'autore applica alla sua opera. Si potrebbe perfettamente affermare che l'autore di “Turris eburnea” utilizza quel registro antico e oramai superato come risultato di un mero omaggio verso gli autori più noti d'una letteratura riconosciuta come “classica”, oppure che utilizza tali guise come una dimostrazione unica del proprio intelletto e del dominio assai coretto del volgare. Ad onta delle idee esposte, valide per un lettore presso dalla sbadataggine, queste non risultano le cause più profonde d'un poetare tanto estraneo allo scenario poetico moderno. Cenacchi potrebbe essere, senza dubbio, un classicista la cui poetica ha come causa principale nient'altro che caratteri legati al decadentismo, e tutto questo raccordato soltanto ad un solo punto di vista: quello di una sorta di protesta, d'una incazzatura verso la pochezza e la mancanza di valori profondi che manifestano i membri di una generazione che, come ho già segnalato, si è smarrita.

Ora, tenendo in conto il fatto che Luca Cenacchi fabbrichi la propria poetica in funzione di un rifiuto sia morale che linguistico, bisogna approfondire tali aspetti giacché ricadono costantemente nello stile dell'autore. Luca Cenacchi, uomo moralista e reazionario, lancia un urlo pressoché solitario al vento ormai inquinato dalla storia. Ed è attraverso questi occhi che il mondo apparve come lo leggiamo in “Turris Eburnea”: un mondo influito dalla falsa immagine di libertà che, senza usare nemmeno un minimo di coerenza, sparge la sua “amoralità” in modo irrefrenabile. E' questa la realtà che il poeta odia: la mancanza di sacralità nei rapporti umani, la presenza di abitudini e costumi privi di ogni sorta di correttezza e lealtà, e, finalmente, quello che Cenacchi sottolinea con delicatezza abissale: l'ipocrisia e la deplorabile condizione di una società ormai scollegata e disinteressata alla propria ricchezza culturale:

“- Gl'ambienti di codesta urbe, amico mio! Loro che sono infettati d'una moltitudine di tarli, ma quello a me più odioso, resta senza indugio alcuno l'ipocrisia; costoro che dovrebbero sorreggere le beltate di codesta cittate, in quanto sostanza di quest'ultima, si smarriscono invece nella selva che cinse l'almo del poeta, ma a differenza sua , codesti figuri non aspirano a lasciarla, ma, purtroppo, si trastullano con i benefici illusori e temporanei di siffatto loco divenendo, da sezzo, loro stessi (..)”
Ed è pure l'autore, all'inizio dell'opera, colui che individua l'origine di questi fenomeni:

“Immoto sulla sedia, con lo sguardo fisso sul pravo mezzo di comunicazione attraverso il quale viene imposto il servaggio da “monarchi” contemporanei (...)”

La televisione diventa così mezzo di comunicazione che, altroché comunicare, anestetizza la popolazione rendendo l'individuo la componente passiva di una discussione debole tra le parti, compresa quella dell'intellighenzia di un paese :

“ «Un'altra trasmissione indegna di essere trasmessa» sentenzierebbe in modo ridondante, con tono querimonioso, l'intellettualoide diciottenne di turno non accorgendosi che codeste commedie, con precisione chirurgica, intenzionalmente o no, imitano la società odierna in tutta la sua licenziosa e laida contraddittorietà.”

Inoltre l'autore non ha voluto soltanto criticare la società e la letteratura odierna, ma ha tentato anche di rievocare tematiche che, nelle ultime frazioni del XX secolo e nel primo decennio del ventunesimo, venivano trascurate o meno “elevate” da una maggioranza di autori. L'amore, in questo caso, rientra in modo sublimato e costituisce, in parte, il lato illuminato della poetica Cenacchiana. Esso apparve, precisamente, nel momento in cui l'autore delle lettere rivolge al suo amico Andres il proprio sentimento di gioia dopo l'incontro con una “fanciulla” pennellata come una “angelica manifestazione”, oppure, esagerando un po' di più, come la “grazia leggiadra”, che, dopo tutto, alimenterà le fiamme eteree, sperimentando la voluttà della carne tra le braccia dell'innamorato. Tutto non si ferma a questo punto, però. La digressione creata dalla fanciulla e la sublimazione del rapporto con essa rappresentano l'un' percento dell'ottimismo dell'autore. La sua letteratura, ricca di proteste verso una società mondana e povera di spirito, coglie un attimo di speranza a causa dell'enorme felicità generata dall'amore, proprio come un Foscolo o un Goethe nei panni d'un autore epistolare:

“La ho veduta, o Andres, la divina fanciulla; quale angelica manifestazione, quale grazia leggiadra, quale guardo maliardo! Non riuscirò, con artefatti umani, come 'l misero verbo, a rendere giustitia a codesta puella, pero questo, o amico, perdonami. Passeggiavo, stamani, per le via della vetusta scuola, quando, entrato nel caffè del Filosofo, davanti a me, appare codesta fanciulla che, con abiti eleganti, potea sfoggiare corpo pieno di cocinnitas: nelle forme armonioso e misurato; non ricadeva in quelle fattezze triviali scevre d'ogni carme. L'almo mio, subito, si smarria nell'iridi sue, anche s'erano brune come l'abisso, serbavano, nel profondo, lucentezza ubertosa, barbiturica.”

L'autore tenta di sfuggire dagli ordinamenti consumistici attraverso una difesa del mondo antico; manifestazione esemplare di questo atteggiamento è il codice accennato in precedenza. L'autore si serve dell'utilizzo di una guisa prisca, generata dalla lettura di autori che hanno dispiegato il loro pensiero attraverso un italiano non ben definito (oppure il volgare, in molti casi). Questo rende i componimenti dell'autore in questione, un estremista. Eppure si potrebbe affermare la sua predisposizione verso una sorte di “superomismo” d'annunziano giacché egli, quanto artista e cittadino, sostiene e perseguita i motivi che stanno alla base delle note condotte del “poeta vate”: la potenza, la gloria, il disprezzo per le plebi, la concezione aristocratica del mondo e il culto della bellezza. Questo, però, costituisce una delle tanti componenti contraddittorie del lavoro in studio, perché egli non è un “poeta vate”, come pensa di essere. L'autore non ha i caratteri di un “tribuno” (caratteristica essenziale per costituirsi quanto “vate”); la sua letteratura non è rivolta a nessuno, bensì solo a sé medesimo (circostanza che lo lega più al dolente D'annunzio de “Il piacere” che al D'annunzio de “Le vergini delle rocce” o quello de “Il fuoco”).


III

“L'uomo che ritorna alle origini lo fa in quanto desidera comportarsi in quel modo che è eternamente ragionevole. Cioè in modo naturale, intuitivo, conforme alla ragione. Egli non desidera fare la cosa giusta nel momento sbagliato, coprire un bue di bardature, come dice Dante. Non vuole pedagogia, ma armonia, la cosa che è «a tono»”. Certo è che, senza traccie di nazionalismo, l'autore ami la propria terra a causa della magnificenza delle arti che essa ha dispiegato nel trascorso della storia. Il poetare di Luca Cenacchi è, considerato nel suo insieme, un corteggiamento nobile alla correttezza di epoche ormai tralasciate dalle ultime generazioni di poeti Italiani e stranieri. Esso, senza contare la produzione in prosa, cerca, costantemente, la perfezione della forma. Ed è così come la forma assume ruoli importantissimi nella produzione poetica del Cenacchi.
Complessivamente l'opera in questione è formata, come ho ben detto, da narrazioni in prosa e, in certe occasioni, dalla presenza di componimenti poetici aggiunti a siffatte narrazioni. Tali componimenti formano, dall'altra parte, il versante poetico e ossessivo dell'autore. Un ode, un sonetto e un carme finale sono i tre componimenti che rivelano il lato più critico e contemplativo del poeta-scrittore. E' in questo caso che si ribella la “verità” dell'autore: la poesia è, senza dubbio, la manifestazione assoluta del pensiero Cenacchiano: antico, moralista, reazionario, classicista e intollerante. E' così come, non ostante la marea di pensieri espressi in prosa, Cenacchi deposita tutta la sua energia nella “forma” dei suoi componimenti, esprime il fervoroso rispetto per le “regole” che detta la metrica italiana. E questa è un'altra manifestazione della presa di distanze rispetto alla letteratura diffusa da Baudelaire e Whitman e che, successivamente, servirebbe a definire la cosiddetta “avanguardia” e il cosiddetto “modernismo”. Tutto questo cagionato, indubitatamente, da tutti i fattori accennati nei paragrafi precedenti e da una accanita e appassionata lettura dei “classici”, fino ad arrivare al romanticismo. Tale risolutezza viene pure specificata nel documento fisico dell'opera. Il primo componimento, “Venetia”, ode dedicata a siffatta città, è costrutto in sestine rimate, tale come creò il Foscolo, aggiunto da strutture metriche individuate dallo stesso autore:

“(...)Il primo verso d'ogni strofa è un settenario con ritmo trocaico dattilo, ovvero, accenti fissi sempre sulla I, III E VI sillaba, seguono endecasillabi con il medesimo incipit aggiungendo l'accento in ottava e decima sede.

In tale componimento, a differenza della prosa, il carattere classicista ed estremista del Cenacchi prende forma nella ricerca della tanto desiderata perfezione. I giudizi critici contro la società, espliciti nella creazione in prosa attraverso raffinate riflessioni, si trasformano radicalmente in una manifestazione mediata e simbolica: la protesta, in questo caso, non si manifesta più tramite la riflessione, se non attraverso “la forma”. Qui il grido più forte si raggiunge attraverso la parola, la rima e la musica: vie essenziali che conducono l'autore verso l'assoluto:

“A venètia, che sùso
L'acque estòllesi rubelle et altèra;
che'l càpo àureo, al pèlago, giuso
Unqua flèssesi, ma ella indonnòssi
De lo impèro con gran' possa et sènno
Del' Enosìgeo 'l quàle niùno cènno

Tòrse còntra la Reìna;
Unqua, l'inclito Dònno, Poseidòne
Ella offèse, né dùsse Arme divina:
né gl'accòliti suò' nòme, pugnòlla
Ma lo pèlago tutto vegheggiòlla. “

Tale perfezione appare anche nei successivi componimenti: un sonetto intitolato “All'amata” (pezzo aggiunto al capitolo in cui il protagonista della storia racconta il suo incontro con la “divina fanciulla”). Anche qui il rispetto verso le regole è fondamentale. L'autore si contrappone all'evoluzione che il sonetto presentò nel XX secolo, con l'avvento di una letteratura più scorretta e allegata al “dinamismo caotico dei mutamenti sociali”. Poi, come ultimo l'autore presenta un componimento intitolato “carme d'una vita”, poesia posta come sublime accompagnatrice al relato epistolare che da fine all'opera, in cui l'autore sublima la precarietà e l'angoscia del uomo vivo difronte all'incertezza della morte.

A questo punto, però, sorge inevitabilmente una questione vitale: Perché Luca Cenacchi, essendo un cittadino della seconda repubblica democratica Italiana, appartenente ad una “generazione condannata”, come si è visto negli ultimi anni, alla precarietà e alla confusione, conseguenze proprie della storia e di un certo modello di educazione, non si attinge attraverso modelli stilistici accordi al suo tempo? Forse la risposta si trova nelle riflessioni formulate in precedenza. Oppure all'ipotesi che il repertorio esibito dall'autore risponda ad una mancanza di nozioni storico-moderne. Cenacchi ignora, per caso, la storia e il contesto che lo avvolge? La risposta è negativa. Cenacchi conosce il suo tempo, e questo, in qualche modo, provoca il suo odio. Perché Cenacchi è un misantropo, ed esso si architetta come un fenomeno generato da cause puramente ambientali. Non siamo di fronte ad atteggiamenti superficiali o pretensiosi, come si vede nelle strade, bensì a manifestazioni che, per quanto riguarda il nostro tempo, risultano anacronistiche. Qualcuno ha riconosciuto tale situazione come “il risveglio di un classicista che contempla il nuovo mondo, totalmente diverso da quello antico”, interpretazione irrazionale, però non meno valida e più simbolica sotto alcuni punti di vista. Quello che fa Cenacchi non è altro che depositare il suo odio e il suo rifiuto nell'atto creativo. In precedenza abbiamo accennato profondamente il modo in cui siffatto odio si sparge sul foglio bianco: spariscono gli elementi “antipoetici” che caratterizzano la poesia del XX secolo e si dà posto alla valorizzazione di temi trascurati dalla tradizione moderna; la mancanza di sensibilità estetica, propria delle avanguardie, sparisce e si mette a fuoco la risolutezza e il rigore della forma come componente essenziale della creazione poetica; sparisce il senso dell'inevitabilità del moderno e appare il senso del “dovere” verso l'antico e la tradizione culturale alta.
Un marxista potrebbe perfettamente accusare Cenacchi di essere un fascista. Anzi, Cenacchi potrebbe essere stato un sostenitore accanito del Fascismo (si veda D'annunzio e il rapporto tra Ezra Pound e il regime di Mussolini). Ma certo è che Cenacchi non vuole e non se ne intende di queste cose. L'autore è un assoluto pessimista, privo di speranze di ogni tipo. Egli non vuole che la sua letteratura sia uno strumento del popolo ne vuole tornare ai tempi dell'antica Roma. Lui vuole solo ed esclusivamente esprimere le sue preoccupazioni e manifestare il dominio di quello che ne l'Italia ne il mondo riescono a valorizzare con misura appropriata: la cultura, elemento ormai dimenticato dalle masse, ma pretesto che, a causa della trascuratezza di certi organi istituzionali, viene utilizzato come elemento di ardite campagne politiche.
Non credo che sia necessario promuovere il coraggio di questo giovane scrittore. Tutto parla da solo. E, non ostante il mio parziale dissenso riguardo certe concezioni fondamentali , penso che l'autore di “Turris Eburnea” sia, sinceramente, un potenziale elemento fondamentale dello scenario culturale nazionale. Elemento fondamentale perché crea discussione, perché mette a repentaglio concezioni affermate per più di un secolo e perché, insomma, forma l'estrema controparte che, senza dubbio, deve esistere. 

Yerko Andres Sermini.

lunedì 1 novembre 2010

Jessica Naldi: poesia androgina.

Jessica Naldi è nata a Cesena il 21 luglio 199*; la sua produzione poetica è iniziata in età precoce, nello stesso modo in cui i suoi “padri letterari” provavano il gusto per la composizione. La sua opera, al meno il mucchio di componimenti scelti per questa pubblicazione, si può ritenere un elemento pressoché anonimo, oppure underground, visto che le creazioni sono passate da un numero ristretto di persone, evitando i condizionamenti della pubblica opinione.
Per quanto riguarda la sua poesia, la Naldi, è tanto oscura quanto i suoi occhi marroni: tutto si svolge dentro uno sfondo bianco, soffice, proprio come i suoi dolci anni. Le sue opere, nel complesso, sono cariche di animismi oscuri, a volte illuminati, accompagnati dal tipico pathos giovanile che si scopre in determinati frangenti del percorso esistenziale d'una persona . Proprio lì, nel pathos, si denota, in modo assai costante, il senso acuto dell'essere femminino; il tutto, però, attraverso un tono asessuato, universale che riesce a condizionare l'aspetto discorsivo dei componimenti; sifatto senso di femminilità viene raccordata ad opinioni antitetiche ai caratteri essenziali d'una generazione ritenuta “propria”.
La solitudine ed il dolore vengono accompagnati da questo desio di ribellione nei confronti di un complesso sociale ancora non accettato dalla fragile sensibilità dell'autrice; così , come una specie di nuvola nera, si nasconde, tra gli ultimi versi del poema “Autunno”- insieme ad un'infinità di foglie caricate da riflessioni le quali provocano prischi carmi cagionati d'una certa bellezza tanto intima quanto assoluta- sifatta perla:

“In fondo la solitudine è un periodo di crescita,
ma l'abbandono ti fa nuovamente neonata,
come le foglie
calpestate dalla prima persona passata,
e colorate da falsi sorrisi, i quali mi rendono Donna. “

Una certa oscurità rende alcune opere dell'autrice vere e proprie proiezioni di un mondo tetro, quasi immerso in ambienti che danno luogo a scenari di terrore, legati alle solite fiabe dell'infanzia.

In “Serata d'autunno”, la Naldi, riesce a combinare perfettamente la sua cupezza e il carattere contemplativo di un poeta, fattori certamente legati alla poesia tradizionale italiana e a quella decadente sviluppata in Francia alla fine del XIX secolo. Lo stile, infatti, oscilla tra queste due tradizioni: in “Risveglio” l'autrice crea un componimento tale da provocare una scissione fondamentalmente Leopardiana: la prima metà di quest'ultimo esprime uno stato di contemplazione della natura, in cui essa si rivela in forma sublime e idillica, provocando, in questo modo, uno stato di grande gioia e benessere. La seconda metà, invece, non fa altro che svelarsi in modo doloroso e pessimista nei confronti della stessa natura, inizialmente rappresentata in forma ideale.

In “Sola”, la giovane poetessa, si collega, con una guisa non scevra di freschezza, ad una sorta di “semplicità Prevertiana”; caso esemplare sarebbe il confronto con il poema “Bussano”, tratto dall'opera “Histories” del 1946.

“Chi è
Nessuno
E' solo il mio cuore che batte
per te
Ma fuori
La manina di bronzo della porta di legno
Non si muove
Non si agita
Non muove nemmeno la punta del dito. “


Il rapporto si genera fondamentalmente attraverso due elementi che caratterizzano i due autori: Una certa esistenza di iterazione e l'uso di frasi corte o di parole singole al posto di versi tradizionali:

“Sola
ancora sola
sola canto... sola”

“E' uguale a me
vuoto
nero
solo
quasi mi fa tenerezza..
mi abbraccio fra le mie acque salate
sanno come prendermi
sanno come amarmi
lasciandomi sola.“

Quasi le stesse caratteristiche si presentano in tutte le poesie successive. In “Stagione”, invece, le caratteristiche si collegano, in modo perfetto, con uno stato pensoso e riflessivo, caratterizzato, essenzialmente, da una forma raccordata allo “Spleen” baudelairiano. Nel componimento già accennato, il mondo esterno è caratterizzato da un paesaggio autunnale livido, ad esempio: il viale è “contornato da un letto rosso sangue”, pieno di “foglie verdi / forse stanche di morire ad ogni stagione.”
La dimensione interiore dell'autrice è rappresentata da una serie di riflessioni legate ai caratteri contemplativi già menzionati in precedenza.

C'è un impeto mistico all'origine della poesia di Jessica Naldi, esperienza che lega la sua poetica a due casi specifici della poesia degli anni 50: Alda Merini e la poetessa Argentina Alejandra Pizarnik. Le loro forme poetiche sono, essenzialmente, rappresentazioni sostanziali d'uno scorrere sanguinolento dell'anima sul foglio. Sia nella Naldi che nella Pizarnik il sole sembra “un animal demaciado amarillo”(Pizarnik), ovvero la surreale immagine d'un “Desnudo soñando una noche solar”, tutto legato alla Naldiana immagine d'un “Giallo come sole alla sera”.

La Naldi mette in comunicazione il proprio flusso di parole ad una certa parte dei poeti della “quarta generazione”. Qui la Merini sembra essere il caso più vicino al “sentimentalismo oscuro” della Naldi, anche se nella seconda, vi sono elementi trattati in minor quantità rispetto che ai componimenti della Merini. Esempi chiari sono: la follia e gli sdolcinati modi attraverso i quali la Merini tratta il “flusso sanguinolento” accennato in precedenza.

Per concludere: Devo dire che non esistono compromessi fissi nella poesia di Jessica Naldi, com'è il caso di una grande maggioranza di giovani “anticonformisti” della nostra generazione. La Naldi riesce a fare, attraverso la sua poetica, quello che, altri individui, non riescono a fare attraverso manifestazioni politiche e rumore apparentemente condizionato. Jessica Naldi si rivolge sia all'essere umano, che ai componenti della sua generazione e, tutto ciò, si sviluppa mediante forme le quali trasformano la poesia di lei in una manifestazione asessuata e atemporale dell'anima, forme più che sufficienti per individuare un poeta.

I componimenti nei quali immane, nella sua completezza, la poetica della Naldi:

Sola

Sola
ancora sola
sola canto... sola
sento parlare il vento ..
mi sussurra dolci frasi,
quelle che non ho mai sentito..
quelle che sogno da sempre..
nuoto
di nuovo, nuoto nei meandri della mente...
nei luoghi dove la gente va per caso
dove la gente passa poco.
Quel paesaggio mi consola,
è uguale a me
vuoto
nero
solo
quasi mi fa tenerezza..
mi abbraccio fra le mie acque salate
sanno come prendermi
sanno come amarmi
lasciandomi sola.

Dolce Luna.

E questa dolce luna
questo dolce silenzio
mi culla nella mia trista eternità.

Questa luce fioca
rumori ovattati
queste parole sussurrate.
Leggiadra l'aria, soffoca piano la mia esistenza
ti sento.. anche se non sei qui
sento che ammiri pure tu la mia stessa luna
sento che ascolti il mio stesso silenzio.

E questa dolce luna
questo dolce silenzio
mi culla nella mia triste eternità.

E piano.. e piano tutto si spegne
rimango al buio, la luce mi disturba..
e piano dolcemente tutto si sfoca
i pensieri dilagano e affondano in un profondo mare nero..
non è morte.. è miglior vita
i lupi mi chiamano... sentono il mio urlo senza sonoro..

E questa dolce luna
questo dolce silenzio
mi culla nella mia trista eternità.

Serata d'autunno.

Sguardi veloci.
Mi sono accorta, mentre moriva il sole
che la vita scende con esso,
col passare degli anni.
Mi sono accorta,
di come si accarezzano le foglie,
come mani bisognose d'affetto.
Ho osservato la volpe scappare dalle grinfie del cacciatore.
In un secondo,
ho visto il colore del prato e del bosco,
mischiarsi per dar buio alla notte.
Mi sono vista vivere dal vento.

Risveglio.

L'aurora riempiva la stanza con quello splendore,
come acqua fresca in un bicchiere di cristallo
impregnata di odor di rose di campo.
Quale soave sensazione ultraterrena
quasi come se i sogni trasudassero da ogni piccolo
oggetto intorno,
e potessi toccare i raggi immacolati del sole
come nuotarci dentro.
Il risveglio di un nuovo inizio e la mia ultima aurora.
Prima della caduta.
Prima della realtà.
Prima della vita vera.

Autunno.

Torna l'autunno
cadono le secche foglie
il sangue si gela
la mente non dorme
sola, candidamente spietata!
volenterosa di nuovo nettare,
per crescere i propri
bisogni.
Non più estate e caldo amor cerco,
ma solo carne e fame.
Non si dice di una donna solo come parla o veste!
ma come pensa e quando tace,
come guarda quando è animale,
perché come l'uomo, l'istinto urla!
Donna in cerca di risposte delle cose comunemente noiose,
mente oscura e piena di ribellione!
Io poche righe descrivo...
anche se,
quello che vorrei vomitare sulla mia vita mi pesa..
scrivo versi sul mondo intorno...
che piano, piano... mi ha persa,
poi presa.
In fondo la solitudine è un periodo di crescita,
ma l'abbandono ti fa nuovamente neonata,
come le foglie
calpestate dalla prima persona passata,
e colorate da falsi sorrisi, i quali mi rendono Donna.

Scritto da: Yerko Andres Sermini e revisionato da: Mr. S

sabato 18 settembre 2010

Henry Miller: Il falso pornografo.


Devo riconoscere che la mia prima intenzione verso l'opera di Henry Miller fu quella di leggere della pornografia. Dentro la mia coscienza di lettore rimane molto chiara l'immagine di Roberto Bolaño concentrato a parlare sulle sue faccende delittuose dentro le biblioteche messicane della sua gioventù. Casualmente egli rubava i libri di Miller e De Sade con gli stessi propositi attraverso i quali io spesi dei soldi nel comprare il “Tropico del cancro”; opportunamente decorato dalla “Andromeda” di Tamara De Lampicka in copertina. A questo punto successe un fenomeno alquanto interessante: leggere le prime righe dell'opera in questione mi riempì il cuore di sensazioni molto angosciose, altroché curiosità sessuale. In queste pagine Miller inizia il romanzo descrivendo la sua condizione esistenziale dentro la miseria di Villa Borghese. Proposizioni quali: «siamo soli e siamo morti», oppure «Non c'è scampo, non cambierà stagione», fanno un effetto tale da richiamare nuvole nere sopra la coscienza e spegnere, in un certo modo, una piccola quantita d'interesse verso il romanzo. 
Intanto , visto che i romanzi hanno una stesura ben determinata, la lettura doveva proseguire, anche perché  l'avidità di riempire il tempo da immagini immorali e quadri erotici era gigantesca. Così arrivai a contemplare ogni passo dato dall'autore verso un universo totalmente originale ed intimo. Forse la mia posizione nella storia e lo sviluppo della tolleranza verso alcune parole “scorrette” hanno provocato che, a differenza di Orwell e una certa quantità di censori, il romanzo non mi scandalizzasse in eccedenza. Questo non vuol dire che il libro sia buono; è la sua particolare atipicità quello che rende l'opera un romanzo attraente. In questo modo, dopo la lettura completa dello scritto, ci si rende conto che la carica di erotismo non è a livelli stratosferici e questo è, di sicuro, un fatto che denuncia il moralismo che soffocò la commercializzazione del romanzo, costringendolo a una ben nota clandestinità. Ecco perchè la vera natura del romanzo, quella in cui c'è una gran esibizione delle povere avventure giornaliere di Miller a Parigi nei tempi della depressione, provoca, sfortunatamente, una certa delusione nei lettori presi già dal pregiudizio: è inevitabile non sentire una certa impotenza nel momento in cui ci si mette a leggere un libro dal quale si risulta ottenere soltanto il vagabondaggio di un aspirante scrittore e non la carnalità così attesa in precedenza. Mi sa che, in questo caso, mirando ad equilibrare e a compensare i desideri, bisogna prendere i diari della Nin o la medesima pornografia in Francese scritta dallo stesso Miller a un dollaro la pagina (archivi ormai persi dopo tanto tempo trascorso). Nondimeno è necessario precisare che la cifra di Miller non è nelle sue offese all'educata società intellettuale Europea, ma, ripeto, si presenta nel suo “anarchismo”. Anzi, l'anarchia è presente sia nei personaggi del romanzo che nell’ innovativo stile dello stesso. Perché, precisamente, quello che esce dalla testa di Miller non si lega a quasi nulla, soltanto ad un comma scritto da Waldo Emerson in cui egli augura, con notevole ottimismo, un prospero avvenire alle biografie:

« In futuro questi romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie: libri avvincenti, se soltanto qualcuno sapesse fare una scelta fra ciò che egli chiama le sue esperienze e conoscesse il modo veridico di raccontare la verità”»

Ora bisogna essere realisti: Chi legge oggi questa sorta di romanzi? E' vero che le autobiografie sono oggi un mezzo di successo commerciale, sempre e quando sia l'autobiografia di qualche personaggio storicamente noto. Quindi, di conseguenza, la questione subisce una piccola mutazione: chi si ferma a leggere l'autobiografia di un vagabondo, sudicio, pidocchioso e intellettuale di serie b perso tra quartieri parigini e prostitute di qualità? La risposta è semplice: noi, lettori onnivori e di mentalità alquanto liberale, attingendo, anche se non in modo assoluto, alla predisposizione di trovare un pornografo anziché un’artista. Per questo Miller non fu e non sarà mai lo scrittore del secolo. Ci sono stati scrittori quali, Pound, Eliot e Huxley che hanno lodato la sua scrittura, visto che la suddetta è una chiara dimostrazione di modernismo letterario. Tuttavia, però, questo è poco: dove sono i riconoscimenti? Bella domanda: questi non si presentano, certamente, in premi o lauri accademici, anche se bisogna non dimenticare la coraggiosa e altrettanto umoristica presentazione di Miller al premio Nobel attraverso una breve lettera scritta a pugno dallo scrittore Beat William Borroughs: «Dear Sir, Henry Miller is a uniquely qualified candidate for the Nobel Prize, as a writer whose work — over a period of forty years — possesses not only great intrinsic merit, but has also contributed immeasurably to freedom of expression. Very sincerely, William S. Burroughs (Novelist).”» Così, rimanendo la petizione in nulla, gli unici premi che Miller può ottenere sono i propri lettori: fatto non minore per un romanzo del genere.
In conclusione Henry Miller non è altro che un superstite. Vedere le sue opere così ordinate in fila nelle astanterie di una biblioteca fa pensare ad una certa sopravvivenza (sopravviverà Aldo Busi al trascorso del tempo?), anche se queste  non siano così benfatte quanto quelle di altri autori americani che nel periodo tra le bombe scrissero capolavori riconosciuti sia dalla critica che dal crudele e disordinato trascorso del tempo. Miller, in questo modo, potrebbe perfettamente essere definito un romanziere talentuoso, oppure un bravo ritrattista espressionista. Però, nonostante tutto, la sua eccellenza si realizza nell'enorme dimostrazione di un certo disincanto, di un menefreghismo che non smette mai di essere collettivo, realistico ed attuale.

Yerko Andres Sermini.